Meno risorse e personale nei servizi per la prima infanzia

L'intervento di Cinzia Conti, educatrice al Comune di Roma, è stata pubblicata su Liberazione (supplemento Lotte) il 18 marzo us

Roma -

Il “caro bimbo” denunciato dalla Federconsumatori pochi giorni fa denota come nel nostro paese manchi una politica a sostegno dell’infanzia.

Mettere al mondo un bambino significa sostenere, durante primo anno di vita del “cucciolo d’uomo”, una spesa complessiva che va da un minimo di 5.828 euro a un massimo di 12.988 euro, con un aumento rispetto al 2008, rispettivamente del 4% e del 3%. Senza considerare che dal secondo anno di vita in poi i costi di cui sopra lievitano a causa della retta per il nido.

Se si è fortunati e si ottiene un posto nel nido pubblico si può pagare da un minimo di 110 euro mese a Cosenza ad un massimo di 572 euro a Lecco. A Roma si paga la seconda retta più bassa d’Italia, 146 euro mensili.

Malgrado ciò il “citizen satisfaction”  emerso nel resoconto sulla qualità dei servizi della Capitale nel 2009 registra un lieve peggioramento del grado di soddisfazione da parte dei cittadini intervistati.

Proprio perché le attuali condizioni dei servizi pubblici per la prima infanzia sono oggetto di tagli di risorse e di riduzione del personale.

In ogni caso, nella Capitale come nel resto dello stivale, più di tre famiglie su dieci sono costrette a chiedere aiuto alla tribù di origine durante i primi tre anni di vita del cucciolo se non possono pagare un asilo nido privato o una babysitter a tempo pieno.

Un mese a tempo pieno in un asilo nido privato costa da 460 a 692 euro (da 420 a 650 nel 2008) mentre una baby sitter costa dai 7,50 ai 9 euro l'ora (7-8 euro del 2008). Purtroppo nella Regione Lazio il 36% dei richiedenti asilo resta in lista di attesa (la media nazionale è del 25%).

Mentre la Roma città da sola conta 191 nidi comunali, riuscendo ad accogliere poco più del 14% della popolazione da zero a tre anni, la Roma Capitale è ben lontana dal raggiungimento degli obbiettivi europei fissati a Lisbona che puntano a coprire il 33% del fabbisogno asilo nido.

Certo è che la risposta governativa agli innumerevoli potenziali utenti rimasti in attesa di un posto al nido nell’anno scolastico in corso punta verso destinazioni e scopi diversi come il prestito agevolato per le famiglie, 5.000 euro da restituire in cinque anni, Il neo liberismo, teso ad incentivare i servizi privati per l’infanzia è incontenibile.

Ma la difesa del servizio pubblico non basta. Puntare alla realizzazione di una qualità di pubblico dominio in diffusione capillare è anche investire nel futuro della cittadinanza. Strategia ormai abbandonata dalle pubbliche amministrazioni, ma non dalla lotta sociale e sindacale, soprattutto dal sindacato delle Rappresentanze di base, che sta mettendo in piedi un coordinamento nazionale.

Se negli anni settanta le lotte per le politiche sociali erano per la creazione dei nidi e delle scuole “materne” oggi sono di difesa, richiesta, accesso e qualità.

Ed è proprio la qualità del lavoro svolto e del servizio reso la rivendicazione principale delle operatrici della prima infanzia.

Una qualità scaduta che nelle scelte locali si traduce nello smaltimento delle lunghe liste di attesa attraverso finanziamenti ai privati, che, pur contando sui clienti forniti direttamente dai comuni, offrono contratti a termine e collaborazioni alle addette del settore.

In fondo sono lavoratrici stufe di essere considerate impegnate in un non lavoro  che nella pubblica opinione può essere svolto purché si è donna.

Accogliere bambini così piccoli, entrare in relazione con le famiglie, sostenere l’educazione e l’integrazione sono evoluzioni che richiedono alta professionalità, impegno, costanza e partecipazione. Per un servizio di qualità non è sufficiente la sola attitudine materna.

E’ necessaria la professionalità e chi l’ha acquisita oggi la difende con le unghie e con i denti.

Proprio in un settore tutto femminile dove tagli, precariato e mancanza di risorse che ormai sono all’ordine del giorno semineranno schegge di lavoro nero nel mondo dell’occupazione rosa.

La scelta di non incrementare servizi pubblici di qualità per la prima infanzia, da zero a sei anni, determinerà un job carousel  femminile senza precedenti.

Le neo mamme sosterranno inevitabili  passaggi fra occupazioni e stati occupazionali diversi, dentro e fuori il mercato del lavoro, o peggio ancora usciranno dalla condizione di occupate verso la disoccupazione o l’inattività, o , comunque, saranno costrette a modalità contrattuali peggiorative e sommerse pur di rimanere nel mercato in genere.

Attualmente il tasso di occupazione femminile nel nostro paese si conferma fra i più bassi in Europa: appena il 46,1%, 12 punti percentuali in meno rispetto alla media europea.

Gli ultimi 16 anni hanno visto un incremento nel mondo del lavoro su scala nazionale di 1 milione e 8 mila donne con la parte più significativa (1.574.000) alle regioni del Centro-Nord.

La suddivisione geografica del tasso è pari al 30,8% nel meridione, 55,6% nel Nord-Ovest, 56,9% nel Nord-Est. E poi c’è la crisi.

Il terzo trimestre del 2009 ha registrato nell'industria un calo dell'occupazione femminile dipendente pari a più del doppio rispetto a quella rilevata fra gli uomini: -10,5% contro -4,2%.

Mentre il tasso di inattività femminile ha registrato significativi incrementi nel terzo trimestre 2009 dal 64,2% al 63% dello stesso periodo del 2008.

L’ulteriore rischio è quello di abbassare ulteriormente il tasso di fecondità che in Italia è pari ad 1,41 figli per donna. Dato che ci vede al ventesimo posto nella classifica europea.

La media è tenuta alta anche dalle nascite dei bambini figli di immigrati, che sono stimate intorno alle 50 mila l’anno.

Il rapporto dell’UNICEF  “Bambini di famiglie immigrate in otto paesi ricchi”, che per la prima volta mette a confronto i dati a livello internazionale sulla composizione e le condizioni di vita delle famiglie dei bambini immigrati in otto paesi industrializzati (Australia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti)  evidenzia come sia significativa la percentuale dei bambini immigrati rispetto agli autoctoni e come siano poco note le loro condizioni di vita.

Nella maggior parte dei casi vivono con entrambi i genitori e nel loro nucleo familiare sono presenti uno o più fratelli. In Italia rappresentano il 10% della popolazione infantile e a causa delle statistiche disgregate si sa poco sulle loro condizioni di vita.

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