PROVINCIA RESISTENTE. Cosa stanno abolendo i bocconiani al Governo?

In allegato il volantino

Nazionale -

Bisogna fare un salto all’indietro di quasi 50 anni per trovare uno spunto significativo sulla necessità di disporre a livello nazionale di un ente intermedio (o di area vasta) dato che da due anni a questa parte è un coro di sì all’abolizione, o quanto meno alla riduzione, delle Province.

Era il 1954 quando Adriano Olivetti (un industriale, cattolico e liberale) sosteneva la necessità di aumentare il numero delle Province per trasformarle in istituzioni che permettessero ai comuni (soprattutto quelli piccoli e piccolissimi) l’esercizio di tutte le attività frutto del decentramento (non c’erano ancora le Regioni e il primo ventaglio di attività delegate arrivò solo nel 1978).

Olivetti suggeriva di trasformarle, anche nel nome, in Comunità.

Questo pensiero esprimeva il desiderio di ampliare i confini della partecipazione popolare anche nei confini più reconditi della nostra penisola.

Oggi, nel nome di una politica di risparmio (per pagare i debiti alle banche) si sceglie di adottare una “cura da cavallo” che in realtà restringe ancora i pochi spazi di democrazia e stringe ancora di più i servizi che lo stato eroga ai suoi cittadini.

Quella che doveva essere una “revisione della spesa” da fare dedicando attenzione agli sprechi è diventata una manovra tanto draconiana da far impallidire i predecessori Tremonti e Padoa Schioppa.

Per di più con la demagogica presa in giro del far pronunciare i cittadini su quali tagli fare.

Invece si arriva al solito sistema: abolizione di enti, accorpamenti di comuni, tagli a piante organiche e sospensione dei concorsi, riduzione del valore dei buoni pasto, etc.

Finisce anche l’illusione – alimentata dal sindacalismo pseudo concertativo – di un atterraggio di fortuna verso le Regioni (che solitamente godono di un salario accessorio più elevato).

E in mezzo a questo guazzabuglio?  Resta il vuoto!

Metà delle province cesseranno di esistere.


In qualche caso gli succederanno le cd. città metropolitane (occorre vedere se anche quelle delle regioni a Statuto speciale), senza che però esista una legge organica che le riguardi, ma in molti altri casi semplicemente scompariranno.

Alle condizioni fissate ad oggi (superficie territoriale, numero di abitanti e numero di comuni) si potrebbero verificare dei paradossi macroscopici come in Toscana - lì potrebbe rimanere la sola Provincia di Firenze – o in Emilia Romagna dove residuerebbero solo Bologna e Parma.

Anche i piccoli comuni (con meno di 1000 abitanti, circa 2000 enti) saranno obbligati a fondersi progressivamente, ma perderebbero definitivamente ogni interrelazione oggi garantita proprio dalla Provincia.

 

Se è vero che bisogna ridurre gli sprechi siamo proprio sicuri che siano questi gli sprechi da cui partire?

Possibile che nessuna voce si levi per porre in evidenza le ricadute di ordine pratico che ne deriveranno (a parte la mobilità coatta del personale, ma anche la revisione delle assicurazioni auto calcolata su base provinciale, la soppressione di altri livelli di Governo – prefetture, sedi degli enti previdenziali e dei ministeri, etc.)

Per questo occorre occupare il vuoto progettuale dei professori e attrezzarsi per resistere.

In continuità con lo sciopero generale del 22 Giugno, a partire dal 6 Luglio - in occasione del varo, probabilmente della stesura definitiva, del decreto - i lavoratori e le lavoratrici delle province e degli enti locali in genere, sono invitati a partecipare alle iniziative di lotta che saranno messe in cantiere nei territori e nei posti di lavoro.

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